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La libertà nel mondo antico

L’uomo greco non ha bisogno di lavorare perché è libero o è libero perché non ha bisogno di lavorare? È evidente che la concezione moderna propende per la seconda soluzione. Se il lavoro viene vissuto come costrizione, è chiaro che chi non è soggetto a tale costrizione si percepisce libero. Chi è ricco, ad esempio, non ha bisogno di lavorare e quindi è libero nei suoi movimenti.

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Sera d’inverno – Georg Trakl #GiornodellaMemoria

Ottorino Garosio

Quando la neve cade alla finestra,
a lungo risuona la campana della sera,
per molti la tavola e pronta
e la casa è tutta in ordine.

Alcuni nel loro errare
Giungono alla porta per oscuri sentieri.
Aureo fiorisce l’albero delle grazie
Dalla fresca linfa della terra.

Silenzioso entra il viandante;
il dolore ha pietrificato la soglia.
Là risplende in pura luce
Sopra la tavola pane e vino.

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Il corpo nel Medioevo di Jacques Le Goff

Con Il corpo nel Medioevo di Jacques Le Goff (Laterza, Roma-Bari, 2005) il corpo entra (finalmente) nel racconto storico. E così che siamo venuti a sapere che anche gli uomini e le donne del passato, «creature spossessate della loro carne», possedevano un corpo. Non solo, soprattutto, scopriamo la concezione che gli uomini di quell’epoca avevano del corpo: ambivalente. «Da un lato il corpo è disprezzato, condannato, umiliato», dall’altro il corpo è glorificato: «Nell’aldilà, uomini e donne ritroveranno un corpo, per soffrire all’inferno, per gioire legittimamente grazie ad un corpo glorioso in paradiso». Il «corpo cristiano medievale è attraversato da parte a parte da questa tensione, questo altalenare, questa oscillazione tra rimozione ed esaltazione, umiliazione e venerazione».


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La metafisica delle stagioni eterne …

A chi osserva le cose da lontano, cioè dall’esterno, Saracena appare soltanto un paesuzzo di provincia, completamente chiuso al traffico delle idee. Per me è un luogo dove è possibile cogliere il ritmo metafisico del tempo: quello che mi fa apparire le cose come rallentate, e che mi dà la possibilità di stare attenta al cambio delle stagioni, all’eterna ripetitività del tempo; e ciò mi fa vedere accresciuti i difetti del nostro tempo, l’attivismo proprio delle grandi città, che guardano alla grossa e se ne contentano, perché il ritmo appare sempre vario e mutevole, sebbene poi questa diversità sia illusoria, un prodotto della moda, che riesce a far sembrare un’intensificazione di vita ciò che più propriamente si direbbe assai prossimo alla morte…

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Omero e la Musa #brunocorino


Omero (o chi per lui) al principio dell’Odissea invoca la Musa al fine di narrargli gli eventi della storia. Ebbene, queste invocazioni di solito non sono prese troppo sul serio, e vengono scambiate come formule di circostanze o come auguri affinché la narrazione vada a buon fine. In realtà, queste invocazioni dovrebbero essere interpretate alla lettera: il poeta deve narrare fatti e personaggi che non ha mai visto o conosciuto di persona. Il poeta si pone come un narratore/esterno, cioè come un personaggio che non ha vissuto personalmente gli eventi narrati. Quindi, la storia narrata deve averla ascoltata o da un agente/interno alle vicende o da un agente diretto. Siccome i personaggi che interagiscono sulla scena sono tanti, egli non può averla appresa da un solo agente/interno o diretto. Se l’avesse appresa da uno o più agenti/interni o diretti, allora il poeta doveva temporalmente essere contemporaneo dei protagonisti. Collocando la storia in un’epoca remota, è escluso che il poeta sia contemporaneo dei protagonisti.


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“L’aula vuota”: contro gli idoli perversi della scuola italiana #brunocorino #gallidellaloggia

Mentre scrivevo il mio “L’aula vuota”: contro gli idoli perversi della scuola italiana, mi sono attenuto rigorosamente a quanto Nietzsche scriveva nel paragrafo 7 (Perché sono così saggio) di Ecce homo. Come si diventa ciò che si è. Ebbene, anch’io avevo bisogno di misurare la mia forza, attaccando un avversario (o un problema) ben più potente, e ingaggiando con esso un duello leale: “Parità col nemico”, scrive Nietzsche, perché “se si disprezza, non si può fare una guerra”.  In primo luogo, ho scelto di sfidare il saggio di Galli della Loggia perché è un libro “vincente”, basta scorrere le tantissime recensioni favorevoli che ha ricevuto. In secondo luogo, ho attaccato soltanto il problema, mai la persona, anzi, per la precisione ho attaccato soltanto una certa concezione della scuola, rispettando però chi se ne facesse portavoce. Quando mi rivolgevo alla sua persona ho evitato rigorosamente di appiccicargli etichette, quali “reazionario”, “criptofascista”, ecc. Se ho usato qualche etichetta non l’ho fatto mai nei suoi confronti, bensì nei confronti della concezione di cui si è fatto portatore, entrando così nel merito del problema, come egli ha sempre voluto che i suoi “critici” facessero. Ultima regola: ho combattuto in solitudine. Dietro di me non c’è nessuna conventicola, nessun marketing e nessuna casa editrice.

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“L’aula vuota”: contro gli idoli perversi della scuola italiana

Il libro di Ernesto Galli della Loggia, L’aula vuota (Marsilio Editori, 2019) vuole essere un libro “scomodo” e, a suo modo, persino “coraggioso”, non solo perché vuole fare colpo su un certo establishment politico-culturale dell’Italia degli ultimi decenni, o perché le sue tesi vogliono essere controcorrente e fare strame di tanti luoghi comuni sulla scuola, non solo perché vuole far risuonare con il suo martelletto – come un diapason – quanto siano “menzogneri” e “ipocriti” i vecchi “idoli perversi” osannati da una cultura pseudo-progressista, che una altrettanto cultura scolastica e universitaria ha finito con l’omaggiare in maniera ostentata e superficiale negli ultimi cinquant’anni, vuole essere un libro scomodo soprattutto perché vuole essere un libro “inattuale”, cioè perché vuole essere un libro contro la scuola degli ultimi cinquant’anni e, in questo modo, sulla scuola e, speriamo, a favore di una scuola “a venire” (parafrasando Nietzsche).

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Il “luogo” degli antichi e lo “spazio geometrico” dei moderni. Il risvolto inquietante della modernità

C’è un’opera della filosofia antica in grado di schiuderci il senso della modernità: si tratta degli otto libri di Fisica di Aristotele. Niente di più paradossale se pensiamo che la scienza moderna si è affermata proprio in contrapposizione alla “scienza seconda” di Aristotele. In questo caso però il “premoderno” può essere in grado di “svelarci” qualcosa che il moderno e l’ipermoderno hanno finito con l’“occultare”. La dottrina aristotelica della natura ha rappresentato un inciampo, un impedimento allo sviluppo moderno della scienza: fanno ormai parte della nostra memoria filosofica le molteplici dispute e prese di posizioni scientifiche tra gli scienziati moderni e i cosiddetti “aristotelici”. La domanda che mi pongo rimanda proprio al senso di questo “inciampo”. Limitarsi a dire che la physis aristotelica era qualitativa mentre quella moderna s’inscrive nei rapporti matematici, mi sembra un po’ riduttivo. Non è che non sia così, semplicemente la risposta è “fuorviante”.

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Prefazione alla seconda edizione di “I colori della vita e altre storie” #brunocorino

copertina colori altre storie

Con questa seconda edizione de’ I colori della vita e altre storie, ho voluto allargare il ventaglio temporale, includendovi racconti che cronologicamente cadono prima della metà degli anni ’90. I racconti che un tempo collocai tra Il libro delle vocazioni sono stati scritti tra la fine del 1989 e la metà del 1990. Poi ho inserito, rivendendoli dal punto di vista stilistico, La terribile visione, e L’insoddisfatto. Ho pubblicato questi ultimi lavori nelle Inquietudini d’uno scrittore da giovane. Come si potrà notare leggendo i racconti qui presentati, lo “scarto” tra una stagione poetica e un’altra avviene a livello non solo stilistico, ma soprattutto “linguistico”. Continua a leggere “Prefazione alla seconda edizione di “I colori della vita e altre storie” #brunocorino”

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Inquietudini d’uno scrittore da giovane

Avevo proprio voglia di pubblicare qualcosa di nuovo, che avesse però degli accenti giovanili! Ed è così che mi sono deciso a pubblicare questo “atipico” romanzo di formazione. Bildungroman! Forse un genere letterario di cui si sono perse le tracce nell’attuale repubblica delle lettere. Ma dai! con tanti guai che il mondo sta attraversando in questo periodo storico ci mettiamo a fare della letteratura? e, addirittura, a scrivere romanzi? Bisogna proprio essere degli insensibili per scrivere cose del genere! Tanto più che, se uno per sbaglio iniziasse a leggere o a sfogliare il mio libro, s’accorgerebbe immediatamente che non ho scritto né un “romanzo” né, tanto meno, un “bildungroman“. Diciamo piuttosto che mi sono divertito a fare il verso al romanzo come genere. In questo mio libro, che spaccio come se fosse un romanzo, non c’è né un intreccio né si incontrano dei personaggi e, pertanto, non esiste neanche una trama. Tutto scorre, all’apparenza, come se…. come se fosse un romanzo… Continua a leggere “Inquietudini d’uno scrittore da giovane”