«Tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia, è che dalla storia l’uomo non ha imparato niente»?

Nel saggio di Paolo Viola, Il Novecento (Einaudi, 2000), a pp. 209-210 è riportata una frase di Hitler che mi ha particolarmente colpito: «Tutto quanto i russi, gli ucraini, i kirghisi potessero imparare a scuola (non foss’altro che a leggere e a scrivere) finirebbe per volgersi contro di noi. Un cervello illuminato da alcune nozioni di storia giungerebbe a concepire idee politiche, e questo non andrebbe mai a nostro vantaggio. Meglio installare un altoparlante in ogni villaggio: dare alcune notizie alla popolazione, e soprattutto distrarla». Insomma, Hitler temeva che dare anche un minimo di nozioni storiche a queste popolazioni potesse nuocere al sistema di dominazione imperiale nazista affidato alle SS. La sorte riservata ai popoli dell’Est europeo mi ha fatto venire in mente una frase attribuita a Hegel che in questi giorni sta facendo il giro della rete.

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Alberto Casadei, litweb, letteratura e web

A distanza di più di dieci anni, posso rivendicare il merito di essere stato il primo autore sul web a indicare, precisare e coniare il termine litweb, ossia a parlare di tutta quella “letteratura” (che oggi definirei “scrittura”) generata per la prima volta sul web. Lo dico perché mi è capitato di leggere sul portale dell’Enciclopedia Treccani la voce Letteratura e web (2015), firmata da Alberto Casadei, in cui si parla, appunto, di litweb, o, come preferisce scrivere l’autore, di Lit-web.

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Contro gli “idoli perversi” della scuola italiana

Noto che in Italia negli ultimi anni si è aperta una sorta di caccia spietata contro dei grandi maestri della scuola del Novecento: Don Lorenzo Milani e Tullio De Mauro. Vengono scambiati da intellettuali quali Ernesto Galli della Loggia come degli “idoli perversi” che hanno contributo al declino della scuola negli ultimi decenni. Ma è proprio così? Il mio libro (che si può leggere e scaricare gratuitamente al sito indicato) è una risposta a questo sport così in voga sulla stampa nazionale.

Contro gli “idoli perversi” della scuola italiana

Letteratura e altro ancora. Sito web

Sono un autore di nicchia, sono un autore che nicchia. Così scrivevo di me stesso qualche anno fa. Avevo i miei blogs dove postavo la mia scrittura, ma non ero completamente soddisfatto. Il blog è un luogo che frammenta la scrittura. Non lascia trasparire l’unità di un’opera. Avevo bisogno di pubblicare. Ho provato con l’autopubblicazione, fino a quando ho scoperto che ci sono tanti intoppi burocratici da assolvere. E perciò ho deciso di ritirare tutto ciò che avevo pubblicato.

Ho cercato qualche piccola casa editrice per pubblicare la mia opera. Niente. Il mercato è saturo di scrittori, di poeti, di narratori. E poi la mia opera non si presta ad essere pubblicata. La mia è una scrittura labirintica. Così voglio che sia: chi si inoltra in essa deve perdersi e smarrirsi. Perdere le sue certezze. Smarrire le sue cognizioni. La mia scrittura deve suscitare inquietudini. Non dare punti di riferimento. La mia è una scrittura libera. Totalmente libera. Una scrittura che non vuole sottostare a nessun compromesso. È libera perché voglio sempre sentirmi libero di scrivere ciò che in un dato momento ho voglia di scrivere. È una scrittura anacronistica, fuori dal tempo, contro il tempo e a favore di un tempo a venire. Sì, è una scrittura inattuale. Pertanto, anche il mio eventuale lettore deve sentirsi libero di leggere o di non leggere ciò che scrivo, non deve più sborsare neanche un cent per leggere ciò che scrivo. L’unico cosa che gli domando è di citarmi quando è il caso e di rispettare la mia opera. Per il resto chiunque può visitare e scaricare liberamente tutte le opere che metterò su questo sito Letteratura e altro ancora. Con la mia scrittura non voglio guadagnarci nulla, ma neanche spenderci qualcosa. Sia chiaro però: anche se nulla voglio guadagnarci e nulla spendere, voglio comunque avere tanti lettori, perché una scrittura senza lettori è come un albero senza foglie. Chi dà linfa vitale agli alberi, sono, appunto, le foglie!

Ricordando Tullio De Mauro a cinque anni dalla scomparsa

Mi considero una delle tante persone che hanno avuto il piacere di godere della “affabile” compagnia di Tullio De Mauro. Dal 2013 fino al giugno del 2016 ho frequentato la sua casa. De Mauro mi aveva chiesto di dargli una mano a mettere un po’ d’ordine nella sua vastissima biblioteca, che, a occhio e croce, credo che contenesse intorno ai 70.000 volumi. Il momento più bello che ricordo di questa frequentazione fu quando riuscii a procurargli un attimo di gioia “scovando” tra le carte il suo “libretto universitario”. Erano anni, mi disse, che non riusciva a trovarlo! Io avevo dato un’occhiata alle firme su quel libretto di grandi maestri : Guido Calogero, Ugo Spirito, Antonino Pagliaro, ecc. Di ciascuno mi raccontò come affrontò l’esame e ridacchiava quando mi parlava delle convulsioni che puntualmente gli prendevano allo stomaco prima di affrontare una prova d’esame universitario.

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L’uomo vive davvero nella verità?

Che l’uomo conosce ciò che fa, e che il vero e il fatto si convertono tra loro, come sosteneva Giambattista Vico e come amava ripetere in tutte le salse Benedetto Croce, è davvero una bella presunzione. E alla frase «senza l’errore non ci sarebbe verità», potrei banalmente obiettare che neanche l’errore senza la verità potrebbe esserci. Se per esserci verità occorre errare, allora vale anche l’idea che per errare sia necessario pensare che ci sia una verità. La consapevolezza di aver commesso un errore è fondata sulla consapevolezza di avere una verità. Nella prospettiva crociana, il possesso di quella verità è frutto di un continuo errare. Ma affinché si pensi di essere in errore non è necessario credere che esista una verità? La prospettiva precipita in una aporia: arriviamo alla conclusione che ci sia un “vero” perché abbiamo attraversato il deserto del falso, ma allo stesso tempo abbiamo superato il falso perché sapevamo che esisteva un vero.

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La Meloni e la prova scritta di italiano

«Inaccettabile l’ipotesi allo studio del ministro Bianchi di cancellarlo perché parliamo di una prova fondamentale nel percorso didattico e formativo dei nostri ragazzi che dopo mesi e mesi di Dad faticano sempre più ad esprimersi nella scrittura». Così parlò Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Posto che la Meloni abbia ragione, che lo scritto sia una “prova fondamentale nel percorso didattico e formativo”, ciò che afferma dopo contraddice ciò che dice prima: se “dopo mesi e mesi di Dad” gli alunni “faticano ad esprimersi nella scrittura”, allora non si capisce come sia possibile esprimersi “poi” con disinvoltura al momento della prova scritta di maturità. In altri termini, la sua posizione dà “ragione” proprio a coloro che dicono di eliminare gli scritti alla maturità in ragione del fatto che non hanno potuto sostenere un triennio scolastico “normale”, cioè in ragione del fatto che non si sono potuto esercitare, in questo periodo, come si doveva nell’uso della scrittura. Ora, che la Dad sia diventata in Italia una sorta di “parafulmine”, su cui scaricare tutti i “difetti” e i “vizi” della scuola italiana, fa molto comodo. Forse, invece, è più ragionevole pensare che la Dad ha soltanto avuto il compito maieutico di far partorire quei “difetti” e “vizi” che erano da tempo insiti nella scuola.

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La filosofia e i suoi “avanzi”

Lungi da me l’intenzione di dettare o di fissare quale sia lo scopo e il fine della filosofia, ammesso pure che la filosofia ne abbia uno o più di uno. Il tentativo si risolverebbe nell’ennesima fatica di Sisifo, oppure nell’illusione di credere che una volta raggomitolata tutta la matassa ingarbugliata finalmente possiamo intrecciare e tessere il nostro filo. Dopo vari tentativi di mettere ordine in questa materia ingarbugliata, forse a un certo punto siamo costretti ad arrenderci e a credere che in realtà la filosofia non abbia né uno scopo né un fine. Contro tale rassegnazione si possono esibire tante testimonianze del passato, che ci inducono a pensare che la filosofia abbia non sono uno scopo, ma anche un senso e una sua legittimazione. Quando la filosofia, lasciandosi assorbire dalla religione di turno, si trasforma in teologia, pronta a disprezzare o a svalutare il Creato ma decantando il Creatore. O quando venne messa al servizio delle scienze, come una sorte di fratello maggiore, giacché il ruolo di padre (o di madre) non le era più riconosciuto, attento a sorvegliare i confini che dividevano la scienza dalla pseudoscienza, trasformandola, questa volta, in epistemologia. O quando, infine, le fu riservato il compito di parlare soltanto di concetti puri o eterni, lasciando che sotto di essi scorresse il fango delle passioni e degli errori (o orrori) umane, cioè tutto ciò che non è in grado di turbare la loro olimpica serenità, la quale, dopo un lieve turbamento, si ripresenta più serena di prima.

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Croce e il concetto di svolgimento storico

Croce e il concetto di svolgimento storico. Croce credeva di essersi liberato da ogni forma di metafisica nel momento in cui nella sua impostazione filosofica ha rinunciato a ogni forma di trascendenza. Come dire? Trascendenza = a pensiero metafisico; ergo, niente trascendenza, niente pensiero metafisico. Formula del tutto corretta dal punto di vista logico: se non fosse che se tutto è storia, o se tutto è svolgimento, anche i cosiddetti “concetti puri” (tra cui anche il concetto puro di “svolgimento”) dovrebbero essere soggetti allo svolgimento, cioè dovrebbero essere storicizzati.

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Eventi storici o rilevanti?

Fatti storici. Per molti storici, l’oggetto della storia sono i “fatti”, ma non tutti i “fatti” rientrano nel suo orizzonte storico. Lo storico prende in considerazione soltanto i fatti che giudica rilevanti per gli scopi della sua ricerca. Pertanto, lo stesso fatto può essere rilevante in un dato “quadro storico” e irrilevante in un altro “quadro storico”. Il che ci porta a dire che in sé stesso un fatto non è né rilevante né irrilevante, e che tutto dipende dalla scelta dell’argomento.

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